Il post maledetto e il lato oscuro di Facebook

Il post maledetto e il lato oscuro di Facebook

Immaginate di pubblicare sul vostro blog un articolo che si intitola “I bulli del quartiere X – Esplorazione della violenza”. O qualcosa del genere. L’articolo inizia con un video o con alcune immagini che mostrano i soprusi e le violenze perpetrate dai bulli del quartiere X. Subito dopo segue un’analisi accurata e documentata del fenomeno del bullismo in quello specifico contesto. Mettiamo che voi siate esperti di sociologia, o di psicologia sociale: avete gli strumenti per scrivere un pezzo serio e ben informato, ed è quello che avete fatto.

Immaginate di vedere che, per ben tre volte, Facebook vi censura i link a questo post in quanto esso violerebbe gli standard della Comunità in materia di intimidazioni e bullismo.

Immaginate che, per le prime due volte, nel giro di pochi minuti Facebook, dopo che avete comunicato di essere contrari alla sua decisione, ammette di avere sbagliato, si scusa e il vostro commento con link a quel post è di nuovo pubblico.

Immaginate di scoprire che, la terza volta, scatta ancora la censura di Facebook, però con una novità. Per inoltrare la contestazione alla censura, dovete compilare un dettagliato ricorso nello spazio web del Comitato per il controllo di Facebook. Con l’avviso che Facebook accetta solo un numero esiguo di ricorsi. Nell’attesa, voi continuate a essere considerati come autori di bullismo e intimidazioni e minacciati di limitazioni al vostro account in caso di un’altra (presunta) violazione.

Immaginate che dopo una ventina di giorni vi arrivi la risposta “Il Comitato per il controllo non ha selezionato il tuo caso”. Per cui voi continuate a essere considerati come autori di bullismo e intimidazioni e minacciati di limitazioni al vostro account in caso di un’altra (presunta) violazione.

Immaginate di ripensare a tutto l’impegno e la passione che avete messo per denunciare, attraverso la vostra analisi accurata e documentata, i soprusi e le violenze di quella marmaglia di codardi, prepotenti, arroganti e infami esseri.

Immaginate come vi sentite, nel vedere che Facebook continua a considerarvi uno di quegli esseri.

Ora, io sono una persona dotata di un certo senso dell’umorismo, però immagino che, fossi in voi, almeno un poco ci rimarrei male. Anche perché, qualcosa di simile, è accaduta anche a me.


Il post maledetto e il lato oscuro di Facebook

Premessa 1: la parola “censura” viene spesso percepita in modo negativo, come, per esempio, una violazione della libertà d’espressione. In realtà, bisogna distinguere tra un uso corretto e uno scorretto del termine. La libertà di espressione termina quando cominciano gli insulti e altre forme di aggressione verbale. In questo caso l’azione della censura è sacrosanta e corretta. In tutti gli altri casi, no.

Premessa 2: quello che possiamo chiamare il “post maledetto” ovvero quello che mi ha portato alla censura di Facebook, appartiene a una serie di articoli che ho pubblicato in merito a “Il caso di Luca Sacchi e gli orrori di un mediatico processo-farsa”, ed è quello intitolato “I Quartohaters e la costruzione dell’odio nel mediatico processo-farsa contro Anastasiya Kylemnyk”. Ma il tema del presente post, quello che state leggendo adesso, non riguarda quel caso né quel processo mediatico. Il tema di questo post riguarda il modo con cui Facebook tratta l’odio che viene fomentato, diffuso e moltiplicato al suo interno. In altre parole, il tema di questo post tocca il lato oscuro di Facebook: quello che permette il proliferare dell’odio e che censura chi questo odio lo combatte.

Ma adesso, ecco la storia.


Ci sono parole, in sé di valore neutro che, col tempo, hanno acquisito un significato in qualche modo negativo, almeno in molti casi. Della parola “censura” abbiamo già visto. Un’altra di queste è la parola “retorica”. Spesso, dire di una persona che è “retorica” o che “retorico” è il suo discorso, significa affermare che questa persona comunica con un’enfasi eccessiva e melodrammatica, tesa a suscitare approvazione sulla base di vuoti artifici linguistici.

In realtà, in generale, la retorica è l’arte e la tecnica suscitare l’approvazione di un determinato pubblico attraverso uno stile comunicativo che predilige l’area delle emozioni rispetto a quella della razionalità. Ma la retorica, intesa in questo senso, si intreccia con la razionalità al fine di coinvolgere tutte le dimensioni della persona: emozionali, affettive e razionali. Visceri, cuore e cervello, insomma. Quindi, niente vuoti artifici linguistici ma, al contrario, il tentativo di produrre un contenuto in grado di coinvolgere tutte le dimensioni dell’essere umano.

Adesso, voglio raccontare di come il ricorso alla retorica mi abbia portato a subire la censura di Facebook: il mio account è stato minacciato di essere sottoposto a restrizioni in quanto avrei violato gli standard della Comunità in materia di intimidazioni e bullismo. Credo che questa piccola storia contenga alcuni elementi che valgono, in generale, per chi comunica su Facebook.

Il post maledetto intitolato “I Quartohaters e la costruzione dell’odio nel mediatico processo-farsa contro Anastasiya Kylemnyk” mostra, insieme al post “Processo all’odio. La manipolazione dell’informazione contro Anastasiya Kylemnyk”, le strategie e le tecniche audiovisive, linguistiche e tematiche, attraverso le quali la trasmissione Quarto Grado costruisce servizi volti a fomentare l’odio contro Anastasiya Kylemnyk, depistando l’attenzione da altre persone e da altri contesti. Mostra come ciò avvenga tramite una sinergia tra questi servizi, prima passati in tv e quindi pubblicati sulla pagina Facebook, e gli interventi degli haters nei commenti. Mostra come, sempre nei commenti, il risultato di questo depistaggio fondato sull’odio risulti efficace, almeno sull’opinione pubblica che segue quella trasmissione. Attenzione: il post maledetto non “dimostra”, non “ipotizza”: mostra, descrive ed espone inequivocabili dati di fatto. Posso affermarlo in quanto tutto ciò attiene al diritto di cronaca [1], che non riguarda solo i giornalisti (o coloro che si spacciano come tali) ma chiunque pubblichi informazioni relative a fatti di interesse pubblico. È altrettanto vero che lo stile espositivo generale fa leva anche sul diritto di critica [2], pure questo relativo a chiunque comunichi in pubblico attraverso varie forme espressive. Detto ciò, ecco come è costruito questo post maledetto:

Elenco di violenze verbali e psicologiche tratte da commenti che si trovano nella pagina Facebook di Quarto Grado > Quadro sintetico dei temi delle violenze verbali in questione > Opinione personale > Indice degli argomenti > Corpo del testo diviso nei seguenti capitoli: 1) La strategia dell’odio. 2) Bias giornalistici. 3) Obliquità semantica. 4) Sequenze di montaggio 5) Grappoli d’odio > Screenshot dei commenti tratti dalla pagina Facebook di Quarto Grado, che comprendono anche quelli presentati in apertura del post sotto forma di testo: incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; sadismo; minacce di morte; maledizioni; diffamazioni; umiliazioni; oscenità relative alla violenza sulle donne; razzismo. Nessuno di questi e altre migliaia di commenti simili sono mai stati rimossi da Facebook. Quindi pare che incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; manifestazioni di sadismo; minacce di morte; maledizioni; diffamazioni; umiliazioni; oscenità relative alla violenza sulle donne e insulti razzisti non violino, secondo Facebook, gli standard della Comunità. E non stiamo parlando di una manciata di commenti sparsi ma di migliaia.

Veniamo al punto decisivo.

Nello scrivere il post maledetto ho deciso di evitare uno stile espositivo convenzionale, secondo il quale bisogna iniziare subito dichiarando la tesi che si vuole dimostrare e quindi procedere per argomentazioni ed esempi. Ho voluto immergere subito il lettore nell’odio provocato e fomentato da Quarto Grado, e l’ho fatto elencando una serie di incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; manifestazioni di sadismo; minacce di morte; maledizioni; diffamazioni; umiliazioni; oscenità relative alla violenza sulle donne; insulti razzisti. Si tratta di una figura retorica chiamata Accumulazione, che appartiene alle figure di ripetizione [4]. Consiste, appunto, nell’elencare una serie di parole o brevi frasi appartenenti a una stessa area tematica, in modo da suscitare in chi legge particolari emozioni. La quantità di queste parole e frasi gioca un ruolo fondamentale. In questo caso, le emozioni che mi hanno comunicato alcune persone sono pena e tristezza verso la ragazza che subisce tutto ciò e indignazione e disgusto per gli autori di quelle parole e per chi le ha provocate (qualcuno ha letteralmente parlato di nausea e conati di vomito provati nel leggere quella roba).

Ma torniamo alla nostra figura retorica.

La descrizione delle violenze verbali e psicologiche (che in molti casi prefigurano violenze fisiche) si ridurrebbe a quanto già visto, ovvero a una classificazione sintetica delle stesse: incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; manifestazioni di sadismo; minacce di morte; maledizioni; diffamazioni; umiliazioni; oscenità relative alla violenza sulle donne; insulti razzisti.

Quindi sarebbe bastato mostrare come queste violenze siano il frutto dei servizi di quella trasmissione, prendendo come esempi alcuni commenti, aggiungere l’analisi linguistica e audiovisiva di questi servizi e, dal punto di vista razionale, tutto sarebbe tornato. E, infatti, dal punto di vista razionale e logico, tutto torna.

Ma noi non siamo solo cervello, siamo anche cuore e viscere, emozioni e sensazioni. Per suscitare queste, ecco che ho pensato di iniziare l’articolo con l’accumulazione, riga per riga, di parte di quelle violenze.

Quello che credo sia accaduto è dunque questo: Facebook ha “letto” le prime righe dell’articolo che, in effetti, possono essere catalogate come “bullismo” e “intimidazioni” (anche se sono molto peggio), e sulla base di quelle ha giudicato l’intero articolo.

Tenete presente che il link al post maledetto si trova all’interno di uno scambio di commenti tra me e una persona che, come il sottoscritto, disprezza Quarto Grado. Questa persona mi informa del perché e del percome una giornalista di quella trasmissione sia sotto processo e io la ringrazio per l’informazione con il commento che vedete qui sotto.

E adesso comincia il delirio.

Facebook mi chiede se accetto la censura e quindi ammetto di essermi lasciato andare a manifestazioni di bullismo e intimidazioni o se rifiuto la sua decisione e voglio contestarla. Decido di contestarla. Dopo un primo momento in cui, per motivi tecnici, la mia contestazione non può essere accolta, Facebook mi comunica che devo compilare un ricorso presso il loro Comitato per il controllo, aggiungendo che sono pochi i ricorsi che accetta di prendere in esame. Compilo il tutto in modo dettagliato e chiaro. Una ventina di giorni dopo mi arriva la risposta che abbiamo visto in precedenza: “Il Comitato per il controllo non ha selezionato il tuo caso”. Quindi io rimango con l’account a rischio in quanto, secondo Facebook, sono stato autore di un commento di intimidazioni e bullismo.

L’aspetto assurdo e paradossale è che basta leggere non dico tutto il post maledetto, ma anche il solo titolo, per capire che in esso si attacca, secondo il diritto di critica, chi esprime e chi provoca ad arte intimidazioni; manifestazioni di bullismo; incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; manifestazioni di sadismo; minacce di morte; maledizioni; diffamazioni; umiliazioni; oscenità relative alla violenza sulle donne; insulti razzisti.

Veniamo quindi ai

Nuclei deliranti del lato oscuro di Facebook

Per due volte Facebook ha ammesso di essersi sbagliato nel censurare due commenti con il link al post maledetto. La terza, no. Perché? Se considera come di non “pubblico interesse” quanto esposto nel ricorso (già quello difficile da credere, visti i temi coinvolti), perché non prende atto che io non ho comunque commesso alcun atto di intimidazione e bullismo e toglie la sanzione?

Gli incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; le manifestazioni di sadismo; le minacce di morte; le maledizioni; le diffamazioni; le umiliazioni; le oscenità relative alla violenza sulle donne; gli insulti razzisti, che si trovano all’inizio del post maledetto sono tratti dagli screenshot che si trovano alla fine, tratti dalla pagina Facebook di Quarto Grado. Perché Facebook non li ha censurati? Ritiene che non violino gli “standard della Community?”, ritiene che quel letamaio di incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; manifestazioni di sadismo; minacce di morte; maledizioni; diffamazioni; umiliazioni; oscenità relative alla violenza sulle donne; insulti razzisti sia conforme alle sue regole, alla sua etica e alla sua deontologia?

Cioè, Facebook mi censura per aver pubblicato incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; manifestazioni di sadismo; minacce di morte; maledizioni; diffamazioni; umiliazioni; oscenità relative alla violenza sulle donne; insulti razzisti che non ha censurato sulla pagina che ne rappresenta la fonte: non è questa follia? Censura chi denuncia chi esprime e chi provoca incitamenti a botte, torture e ad altre violenze; manifestazioni di sadismo; minacce di morte; maledizioni; diffamazioni; umiliazioni; oscenità relative alla violenza sulle donne; insulti razzisti ma non chi li esprime e chi li provoca: non è questo delirio?


Ma chi farà la guardia ai guardiani stessi? – Giovenale


Fonti

[1] https://www.diritto.it/diritto-cronaca-caratteri-disciplina-giuridica/

[2] https://storieanomale.com/2021/10/07/la-vera-critica-e-un-attacco/

[3] https://www.facebook.com/lucabaroni.storieanomale/photos/a.510864309628306/965829660798433/

[4] C. Perelman – L. Olbrechts-Tyeca, Trattato dell’argomentazione, Einaudi, pp. 184 – 185, 152 – 153.

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