Banda della Magliana, mafia, sovranismo e politica: quello che il mediatico processo-farsa contro Anastasiya Kylemnyk non dice

Mafia, sovranismo, banda della magliana: quello che il mediatico processo-farsa contro Anastasiya Kylemnyk non dice

Ditemi, voi che volete essere sotto la Legge: non sentite che cosa dice la Legge? – Paolo di Tarso

La stampa non vuole informare il lettore, ma convincerlo che lo sta informando – Nicolás Gómez Dávila

Una rapina che sembra un omicidio di mala. Luca Sacchi, 24 anni, è morto sotto gli occhi della fidanzata [1].

Così, il 25 ottobre 2019, un articolo de “Il Messaggero”, introduce il racconto della tragedia avvenuta due giorni prima.

A oggi, nel momento in cui scrivo è il 1 maggio del 2021. Dati alla mano, risulta che di malavita, e dei relativi contesti e personaggi, se ne è parlato ben poco. Mentre l’aggressione mediatica contro la fidanzata sotto gli occhi della quale è morto Luca Sacchi è stata, ed è, quasi quotidiana, feroce e priva di scrupoli.

Forse, invece, approfondire certi argomenti, finora rimasti (volutamente?) in ombra, potrebbe essere utile.

Sempre nell’articolo citato, leggiamo:

Suo papà [di Luca Sacchi, N.d.A.] Alfonso è proprietario della taverna delle Coppelle, in zona Pantheon. Non lontano da un locale di Tiberio Simmi, fratello di Roberto (entrambi indagati e poi assolti nel processo Colosseo alla Banda della Magliana), il padre di quel Flavio Simmi trucidato a 33 anni con 9 colpi di pistola (era il 5 luglio del 2011) in una strada di Prati. «Alfonso – racconta un amico – è parente dei Simmi». Un elemento finito sotto la lente degli inquirenti che stanno scavando nel passato di Luca.

In effetti, questa informazione – che non risulta mai essere stata smentita – avrebbe dovuto suscitare l’interesse degli operatori dell’informazione. Invece, silenzio. Anzi, inutile ribadire cosa è accaduto. In ogni modo, in questo blog trovate ben quattro post sul tema, tutti ben documentati, basati su dati di fatto e su fonti molto serie.

Quindi, partiamo proprio da questo dato e vediamo dove ci porta.

Ricordo che sia Tiberio che Roberto Simmi, al termine del maxi processo contro la banda della Magliana, sono stati assolti. Quello che però qui importa, non sono i fatti processuali ma le evidenze in merito alle relazioni instaurate e mantenute tra le varie persone che appaiono in questa storia.

E allora, torniamo indietro nel tempo, sino al 17 aprile 1993, quando la “Repubblica” scrive [2]:

Vent’ anni di segreti, di omicidi, di intrighi. Dalle faide della mala romana ai misteri della P2, dagli affari di Pippo Calò, cassiere della mafia, alle trame della “destra spuria”, a cavallo degli anni ‘ 70-‘ 80.

[…]

La lista delle imputazioni sembra un Bignami del codice penale: omicidio, associazione per delinquere, sequestro di persona, droga, armi. È la storia della “Banda della Magliana”, “agenzia omicidi” al servizio prima di qualche clan di camorra trapiantato ai piedi del Colosseo, poi della mafia vincente.

[…]

Uno dei sessantanove arrestati, Massimo Carminati è stato coinvolto, in questi ultimi giorni, in un’altra vicenda di poteri occulti: “depistaggio” delle indagini sulla strage di Bologna. Carminati è accusato di aver depositato un pacco di esplosivo sul treno Taranto-Milano, il 13 gennaio 81. Amico di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, Carminati è il nome di spicco del capitolo sulla destra eversiva.

Ecco i punti principali che risaltano dalla lettura di questo brano, relativi alla banda della Magliana, ai suoi collegamenti e alle sue attività.

– Collegamenti con la mafia.

– Collegamenti con la destra estrema ed eversiva.

– Collegamenti con la massoneria deviata, a sua volta, vedi strage di Bologna, collegata alla destra eversiva.

Restiamo in quei giorni. Ecco cosa scriveva il “Corriere della sera”, citato da Dagospia [3] in occasione dell’omicidio di Flavio Simmi, che vedremo tra poco:

L’ elenco delle proprietà confiscate è lungo tre pagine. Ma i nomi degli intestatari sono soltanto ventisei. Ne manca uno, però. Quello di Giuseppe De Tomasi detto il “chiattone” per via della mole, 56 anni. Lui è l’unico ad aver conosciuto tutti quelli della banda, l’unico sopravvissuto. Ed è il vero erede, il cervello finanziario di tutta l’organizzazione […]. Ma ufficialmente il “chiattone” è un nullatenente. Così nell’elenco figurano solo i figli Carlo Alberto e Arianna […]. Quanto a De Tomasi, inutile che speri di potersi rifare in qualche modo: per cinque anni lui e i suoi due più stretti collaboratori (Tiberio Simmi e Alessio Monselles, noto soprattutto per una sanguinosa rapina al Club Méditerranée e di Corfù) non potranno intraprendere nessun tipo di attività commerciale o finanziaria.

Al di là degli aspetti processuali, che, come detto, qui non interessano, emerge un aspetto che verrà riconfermato, ovvero i rapporti fra Tiberio Simmi e un preciso ambiente, di cui Giuseppe De Tomasi era un importante protagonista.

Quindi, un breve approfondimento sul personaggio di De Tomasi e famiglia [4].

La famiglia De Tomasi non è una famiglia normale, non lo è mai stata. A partire dalla “stazza” di “Sergione”, Giuseppe, chiamato anche “Chiattone” per aver raggiunto i 220 kg, al figlio Carlo Albertovoce anonima a cui una perizia fece corrispondere la sua identità quando, telefonando alla trasmissione “Chi l’ha visto?” fece riaprire il caso sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, collegandola, in qualche modo, alla sepoltura di Enrico De Pedis.

Riguardando le ordinanze di sentenza dell’operazione Colosseo (unica vera Bibbia sulla banda della Magliana) cerchiamo di delineare quale sia stato il ruolo del De Tomasi senior nel circuito criminale dell’epoca che, come vedremo in seguito, tratta le stesse tematiche di oggi:

[…]

Giuseppe De Tomasi è stato sin dagli anni ‘70 un personaggio legato a doppio filo con i maggiori esponenti della criminalità romana: prima sodale dei Proietti e del Nicolini (re di Tor di Valle che ucciso fuori dall’ippodromo capitolino può essere annoverato come “prima presa di potere della banda”), poi un “protetto” del De Pedis e del gruppo dei testaccini.

I suoi interessi spaziavano dal mondo dell’usura (all’interno del quale stringeva forti rapporti con quelli che venivano definiti gli usurai di Campo de’ Fiori), al gioco d’azzardo (organizzato in ville dai proprietari compiacenti), ai videopoker illegali per finire (in tutti i sensi) agli ippodromi e ai cinodromi.

[…]

De Tomasi si piazza bene sul mercato e con la sua lunga manus arriva a toccare anche il campo della ristorazione e dei locali notturni, tanto da poter finalmente dare, e prendere, vita al suo sogno: il Jackie’o.

Entrato nel mito del crimine, il locale di via Boncompagni, una laterale di Via Veneto, vedeva sfilare tutti i boss della banda della Magliana, in particolar modo i testaccini che, alla vigilia della morte di Edoardo Toscano, nemico di De Pedis, si riunirono, insieme al De Tomasi, proprio all’interno del Jackie’o.

[…]

Uno dei luoghi preferiti dall’organizzazione per le “riunioni” tra sodali era la “Ale.car” concessionaria d’auto intestata ad Alessio Monselles (factotum di Enrico Nicoletti) ed al figlio di De Tomasi, Carlo Alberto. Qui si radunavano personaggi come Renatino De Pedis, Massimo Carminati, Paolo Frau, Ettore Maragnoli, Tiberio Simmi, Manlio Vitale ed Enrico Nicoletti. Praticamente i migliori e maggiori gestori di ogni forma criminale capitolina. Era il 1988.

[…]

Riportiamo uno stralcio dell’ordinanza di sentenza sulla banda della Magliana dove le dichiarazioni fatte da Eugenio Serafini, tabaccaio a Prati e possessore di picchetti clandestini all’Ippodromo di Tor di Valle e Capannelle, ci sembrano molto interessanti.

[…]

“Avendo, pertanto, l’esigenza di liquidare assegni che mi venivano dati in pagamento presso gli ippodromi di Tor di Valle e Capannelle, dove avevo dei picchetti clandestini, mi rivolsi a Sergio DE TOMASI, il quale era, per così dire, in società con tal Guelfo FERRARINI, titolare di un banco di pesce ai Mercati Generali in via Ostiense.”

[…]

Oggi che siamo nel 2011, i protagonisti di queste storie criminali sono morti o invecchiati. Ma il tempo ed il sangue versato, sembrano non aver intaccato le attività che hanno creato.

[…]

Ma tra tutti questi illeciti, una domanda investe ancora la legalità: la prevenzione di questi reati esiste? Esiste ancora un minimo di intelligence o l’usura e il gioco d’azzardo servono solo per far sì che qualcuno si fregi di qualche retata per calcare le pagine dei giornali o delle tv?

Qualche relazione interessante di Tiberio Simmi, a partire da quella con Giuseppe De Tomasi, che si evince da tale articolo, insieme a decisive conclusioni.

Enrico De Pedis. Uno tra i principali esponenti della banda della Magliana, più volte collegato alla scomparsa di Emanuela Orlandi.

Massimo Carminati. Ex terrorista dei NAR, esponente di spicco della destra eversiva, legato alla banda della Magliana, coinvolto nell’inchiesta Terre di mezzo, chiamata anche Mafia Capitale, di cui vedremo tra poco.

Il circuito criminale di allora ha le stesse tematiche di quello di oggi.

Quanto creato ai tempi, torna e si rinnova, ma i crimini rimangono gli stessi.

Massimo Carminati e Mafia Capitale, dicevamo [5].

La Mafia Capitale ha una data precisa in cui possiamo far risalire almeno il suo concepimento: nella notte tra il 16 ed il 17 luglio del 1999 alcuni abili rapinatori svuotano il caveau della filiale della Banca di Roma all’interno del tribunale della Capitale, a piazzale Clodio.

[…]

La refurtiva farebbe gola a chiunque: soldi, tanti soldi, gioielli e soprattutto documenti di ogni tipo (carte di processi, documenti compromettenti per magistrati e indagati, verbali di interrogatori).

[…]

Quel tesoro, trafugato al Tribunale di Roma, avrebbe rappresentato il primo tassello della mafia romana: entrata in possesso di denaro contante e, ancora meglio, di documenti compromettenti, la criminalità organizzata nella Capitale ha cominciato a muovere i propri tentacoli nei gangli della criminalità romana alla ricerca di manovalanza e, contemporaneamente, di contatti “alti” da far fruttare: per questi si possono sfruttare amicizie di gioventù nella destra romana, simpatie politiche nella militanza e nelle istituzioni, affaristi e “traffichini” sempre pronti agli “investimenti”.

I contatti di Carminati sono eccellenti, così come eccellente è la macchina di potere messa in piedi dal Cecato: il “rispetto” guadagnato negli anni della Banda della Magliana, l’alone “mistico” che aleggia attorno alla sua figura da quando ha perso l’occhio in uno scontro a fuoco, l’accentramento del potere e gli ottimi contatti (nella politica e nella malavita) fanno di lui il boss perfetto, capace di coagulare attorno a sé il meglio della criminalità capitolina.

Massimo Carminati detto er Cecato, memore dell’esperienza nella Banda della Magliana e nei Nar, vuole sperimentare una nuova forma di crimine a Roma: meno piombo e più affari, così da mantenere un profilo il più basso possibile. Certo, creare una nuova criminalità da zero costa, ma i soldi non sono un problema: in un’intervista del 2011 a “La Stampa” Antonio Mancini, ex membro della Banda della Magliana soprannominato Nino l’Accattone, pentitosi dopo diversi anni di carcere, ha rivelato:

    “Roma è ancora in mano alla banda della Magliana. Adesso non spara più ma fa affari importanti. Ha usato e continua a usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera. E non ha più bisogno di sparare. O almeno, di sparare troppo spesso. La banda ha conquistato la piazza e ha incrementato di nuovo i guadagni. Adesso ci sta la manovalanza e quelli che hanno usufruito delle nostre azioni.”

[…]

Parole che lette oggi hanno il sapore dell’amaro calice che la città ha trangugiato per anni rifiutando colpevolmente di guardare quello che era sotto gli occhi di tutti: la creazione ed il consolidamento di un potere criminale-mafioso forte e politicamente ben coperto.

Punti-chiave.

– Intreccio tra malavita organizzata, malavita comune, destra estrema e politica.

Coperture politiche che sono dovute sia a comunanza ideologico-politica, sia a eventuali situazioni di ricattabilità.

– Il perdurare del potere della banda della Magliana, attraverso la costituzione di un’adeguata manovalanza.

Arriviamo adesso alla mattina del 5 luglio 2011 [6].

Questa mattina nel centralissimo quartiere Prati, in Via Riccardo Grazioli Lante, è morto un 33enne dopo essere stato raggiunto da sette colpi di pistola, in quello che ha tutt’aria di essere, oltre che uno spietato omicidio, una sorta di regolamento di conti. Flavio Simmi si trovava a bordo della sua auto, una Ford Ka grigia, insieme ad una donna quando un uomo gli si è avvicinato e ha fatto fuoco.

[…]

Lo scorso febbraio era stato gambizzato del Monte di Pietà. Il Simmi era stato ferito alle gambe a colpi di pistola da due uomini che erano poi fuggiti in sella a una moto, davanti all’oreficeria, di cui il padre della vittima è titolare.

Ed ecco ritornare il nome di Tiberio Simmi, fratello di Roberto, padre di Flavio [7].

Personaggi importanti i Simmi: due fratelli, Tiberio, 82 anni, e Roberto, catturati (poi prosciolti da ogni accusa) assieme ai vertici dell’organizzazione criminale.

[…]

Un cugino, Alessio, proprietario di un’altra oreficeria e, soprattutto padre e zio, accusati in passato di usura e ricettazione, tanto da essere iscritti nel famoso mandato di cattura contro la banda di Abbatino e compagni, la grande retata del ’93 passata alla storia come “operazione Colosseo”. A proposito della posizione dei fratelli Simmi i giudici scrivono:

Dei legami di Tiberio con Giuseppe De Tomasi “Sergio er ciccione” che “trovano (si legge sui verbali del maxi processo ndr) un preciso riscontro nel perdurante suo coinvolgimento nelle ‘attività economiche’ per nulla limpide di quest’ultimo“. Di pertinenza di suo figlio, Alessio Simmi, risulta la società (…) e di Roberto Simmi, dei quali appare ancora attuale la versatilità nel settore dell’usura e del riciclaggio nonché nel gioco d’azzardo.

[…]

Si legge sull’informativa di polizia:

Roberto Simmi è il fratello del più noto Tiberio, più volte visto in compagnia di Enrico de’ Pedis (detto Renatino, sepolto a Sant’Apollinare fra papi e cardinali ndr). Tiberio, con il figlio Alessio, gestisce un negozio di oreficeria (…) assiduamente frequentato da Maurizio Lattarulo. Presso il negozio di piazza del Monte, invece, è stata rilevata anche la presenza di Antonio Mancini (detto l’accattone ndr) e di Raffaele Pernasetti (detto er Palletta, oggi in carcere con una condanna a 30 anni ndr).  Inoltre dall’intercettazione telefonica ancora in corso si è potuto stabilire che il negozio è stato, per un periodo di tempo, frequentato dal famoso faccendiere Ernesto Diotallevi inquisito unitamente ai noti Francesco Pazienza, Flavio Carboni e altri pregiudicati della vecchia Banda della Magliana per le vicende del crack del banco Ambrosiano e per l’attentato al vice direttore Roberto Rosone, durante il quale viene ucciso uno degli attentatori, Danilo Abbruciati (a capo, assieme a de’ Pedis, dei Testaccini ndr)”. Ancora: “in attività dei fratelli Simmi investiva Franco Giuseppucci (detto il Fornarino, poi er Negro ma per i lettori di Romanzo Criminale ‘er Libano’ ndr) il quale ricettava titoli di credito e polizze e, per conto terzi, riciclava denaro sporco presso gli ippodromi e le sale corse”.

L’omicidio di Flavio Simmi diviene così l’occasione per ripercorrere una serie di dinamiche relazionali tra Tiberio Simmi e una serie di personaggi dalle attività e dai ruoli ben definiti [8].

Giancarlo Capaldo, procuratore distrettuale antimafia di Roma, sostiene tuttavia che l’omicidio di Simmi significa senz’altro una cosa: che si stanno ridisegnando gli equilibri e i poteri della criminalità organizzata, oggi sempre più diffusi e penetranti. E cita due situazioni: la presenza della ‘Ndrangheta, in Lombardia, in special modo a Milano e nella Brianza e l’”occupazione” del litorale laziale attraverso il controllo del mercato ortofrutticolo di Fondi e il giro d’affari sempre più invasivo e allarmante nella capitale.

[…]

Secondo il pentito storico, Maurizio Abbatino, il negozio del Simmi, che tuttora si trova in piazza del Monte della Pietà – nei pressi di Campo de’ Fiori – in passato veniva utilizzato dal fondatore della banda, Franco Giuseppucci, per ricettazione di preziosi. In particolare, sono stati documentati rapporti con i camorristi di Michele Senese, il boss di Afragola che, da sempre, aveva tenuto stretti legami con la banda della Magliana.

Alcuni pentiti indicano in Tiberio Simmi il prestanome di Giuseppe De Tomasi, riciclatore di assegni per conto di De Pedis (Enrichetto), coinvolto, come noto, nell’ultima indagine sul sequestro di Emanuela Orlandi. Risulta, dagli atti della Direzione distrettuale antimafia, che i Simmi siano stati di recente in affari con la mafia siciliana e in particolare con Francesco D’Agati, già uomo di Pippo Calò, il celebre cassiere di Cosa Nostra, molto vicino a Bernardo Provenzano e all’altro importante boss della Magliana Giorgio Paradisi, morto in carcere mentre scontava una pena.

A parte i già visti e confermati rapporti con esponenti della banda della Magliana e delle mafie, spunta un nome, quello di Maurizio Lattarulo, che ci permette di passare ad approfondire i collegamenti tra banda della Magliana, malavita organizzata ed estrema destra.

Fabrizio Peronaci per “Il Corriere della Sera – Roma” [9].

La storia di Maurizio Lattarulo, il consulente alle Politiche sociali del Campidoglio [ai tempi in cui era sindaco Gianni Alemanno, N.d.A], ex Nar, ex sodale del boss De Pedis, che candidamente dichiara di essere stato ai funerali di «Renatino» [De Pedis, N.d.A] per pietas cristiana, somiglia sempre più a un romanzo, anche se è pura realtà.

[…]

L’ex consulente Lattarulo che ha scatenato l’ennesima bufera politica capitolina è proprio lì che porta, a due delle pagine più torbide della storia recente [la banda della Magliana e la scomparsa di Emanuela Orlandi, N.d.A.].

E, ancora [10]:

Lattarulo, oltre ad essere un ex Nar, è stato condannato il 6 ottobre del 2000 “in quanto membro dell’associazione a delinquere banda della Magliana”.

Il giudice che firmò il suo rinvio a giudizio fu Otello Lupacchini (che istruì anche il processo contro tutti i componenti del sodalizio criminale) e nell’ordinanza, il nome di Lattarulo viene citato almeno novanta volte. Il suo “nome in codice” era Provolino ed era “compagno di giochi” di Renatino De Pedis, del cassiere della banda Nicoletti e scagnozzo di Massimo Carminati.

Quindi, abbiamo un ex terrorista nero, condannato in quanto membro della banda della Magliana, che è entrato in politica, ed esattamente nella giunta di destra presieduta da Gianni Alemanno (che non risulta fosse stato a conoscenza del curriculum di Lattarulo).

Ma c’è ancora di più [11].

Fratelli d’Italia non è primo solo nei sondaggi che riguardano il suo leader Giorgia Meloni, ma nell’ultimo anno e mezzo è il primo partito in Parlamento anche per numero di arrestati per ‘ndrangheta. Quello dei rapporti con la criminalità organizzata è un problema che non riguarda solo i nuovi arrivati: coinvolge anche alcuni dirigenti storici del partito. Come l’ex parlamentare Pasquale Maietta, oggi autosospeso dal partito, definito da Giorgia Meloni “uno dei migliori dirigenti nazionali di Fratelli d’Italia”. Mentre era deputato e tesoriere del partito alla Camera, intratteneva stretti rapporti con uno dei capi del clan Di Silvio, la famiglia mafiosa di origine sinti imparentata con i Casamonica […]. La sua rete di riciclaggio arrivava fino in Svizzera e, secondo la Procura di Latina, sarebbe stata gestita dal figlio dell’avvocato di Licio Gelli. Negli ultimi tempi sembrano inoltre essere diventati più stretti i rapporti tra Fratelli d’Italia e Casapound.

[…]

Durante la seconda ondata dell’epidemia, Casapound si è resa protagonista di alcuni scontri di piazza. Proprio come Forza Nuova, l’altro movimento neofascista che in questi mesi ha costruito una coalizione che comprende antivaccinisti, oppositori del 5G, negazionisti del Covid e le frange più violente del mondo ultras.

Si tratta della sintesi di un’inchiesta di “Report” datata 7 dicembre 2020. Siamo quindi alla piena attualità. Nella quale emergono i seguenti elementi, in relazione al partito della destra sovranista Fratelli d’Italia (Giorgia Meloni risulta non fosse a conoscenza di quanto visto sopra):

– La ‘ndrangheta è decisamente penetrata nel partito direttamente attraverso alcuni suoi membri

– Questa infiltrazione ha una data non recente

– Collegamento tra il partito con la mafia sinti e, indirettamente, con i Casamonica, uno dei clan mafiosi più potenti a Roma

– Collegamento, con la massoneria deviata (attuale o meno). Su questo punto, vediamo anche questo [12]:

“Un valore aggiunto per la Calabria e tutta l’Italia”. Così Giorgia Meloni nel 2017 aveva annunciato il passaggio da Forza Italia a Fratelli d’Italia dell’ex parlamentare Giancarlo Pittelli. E invece, leggendo le cronache del blitz “Rinascita Scott” di Gratteri, sembra si trattasse più che altro di un valore aggiunto per la massoneria deviata e la criminalità organizzata.

La procura antimafia di Catanzaro ha condotto un’indagine che ha portato a un’ordinanza di custodia cautelare per 334 persone, accusate di essere legate al clan della ‘ndrangheta Mancuso. Le accuse sono diverse e variano dall’associazione mafiosa, all’usura, all’omicidio, fino al riciclaggio e alla fittizia intestazione di beni.

[…]

L’arresto di Pittelli si inserisce perfettamente nelle dinamiche della vecchia politica, quella dove corruzione e connivenza con la criminalità organizzata costituiscono la regola più che l’eccezione.

– Collegamento tra corruzione e connivenza con la criminalità organizzata

– Collegamento con le forze di estrema destra di Casa Pound e Forza Nuova

– Attraverso Forza Nuova, collegamento con il mondo ultras

Approfondiamo quest’ultimo punto. Il 7 agosto 2019 viene ucciso Fabrizio Piscitelli, detto “Diabolik” [13].

Un omicidio, o forse meglio dire un’esecuzione. Il 7 agosto 2019 al Parco degli acquedotti, zona sudorientale di Roma, Piscitelli, 53 anni, è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Era uno dei capi degli “Irriducibili”, gruppo di ultras della Lazio che domina la curva Nord dello stadio Olimpico ed è vicino a Forza Nuova: “Siamo gli ultimi fascisti di Roma”, aveva detto dopo lo scoppio di una bomba carta davanti alla sede della tifoseria il 6 maggio 2019. Ma Piscitelli non era un semplice capo ultras di destra: in passato aveva avuto diversi problemi con la giustizia tra estorsioni e droga ed era ritenuto da una parte vicino al clan camorristico di Michele Senese, detto o’pazzo, dall’altra vicino a Massimo Carminati, due delle figure ai vertici della criminalità romana.

Tornano le già note figure di Michele Senese e di Massimo Carminati: mafia, estrema destra e, adesso, mondo ultras.

Due parole ulteriori su Diabolik [14].

Quella guidata da Fabrizio Piscitelli, al secolo Diabolik ucciso con un colpo di pistola alla nuca il 7 agosto scorso mentre era in attesa di «qualcuno» in un parco della Capitale, era una organizzazione criminale strutturata su vari livelli che aveva nel narcotraffico su ampia scala il suo «core business».

[…]

Una struttura criminale che per stessa ammissione del procuratore di Roma, Michele Prestipino, «non ha eguali in altre città italiane». Pezzi di criminalità sportiva, ultras della Lazio, pezzi di frange politiche di estrema destra e ‘manovali della violenza’.

[…]

A coordinare e tessere le fila del sodalizio c’era Diabolik che aveva in Fabrizio Fabietti, 42 anni, il suo braccio destro e «broker» del narcotraffico per gli approvvigionamenti di droga. Quest’ultimo aveva le idee chiarissime sul cosa fare. In una intercettazione afferma «a devo dà a tutta Roma…proprio i soldi voglio fa». Fabietti aveva rapporti con la cosca di ‘ndrangheta Bellocco, i fratelli Emanuele e Leopoldo Cosentino, entrambi destinatari del provvedimento cautelare. Dal canto suo Piscitelli poteva anch’egli contare su amicizie eccellenti tra cui quella di Michele Senese, punto di riferimento della camorra a Roma.

Quindi:

– Ultras della Lazio

– Estrema destra

– ‘ndrangheta e camorra

– Traffico di droga

Il filo nero di questo excursus sulla criminalità capitolina degli ultimi decenni, basato sulla figura di Tiberio Simmi, ci riporta adesso ai tempi successivi alla sera del 23 ottobre 2019. L’articolo risale al 3 novembre [15].

Il contesto, quello della periferia romana e del traffico di droga, aveva fatto pensare a molti che potesse esserci di mezzo la criminalità organizzata e che i punti oscuri non si limitassero al ruolo della fidanzata della vittima. E ora anche gli inquirenti starebbero indagando su una pista che porta ai clan calabresi trapiantati a San Basilio per ricostruire cosa ci sia dietro l’omicidio di Luca Sacchi.

[…]

Chi indaga sta cercando di scandagliare i rapporti tra alcuni giovani in odore di ‘ndrangheta e Paolo Pirino, il 21enne che era alla guida della Smart la sera del delitto, ora finito in carcere con l’accusa di omicidio [l’accusa è di concorso in omicidio, N.d.A] assieme al coetaneo Valerio Del Grosso. Pirino, riporta il Messaggero, era già stato condannato a 3 anni per droga quando era minorenne e, da tempo, frequenterebbe i rampolli delle cosche di Platì che si sono trasferiti a San Basilio, giovani cresciuti a pane e ‘ndrangheta che però secondo gli inquirenti sono più spregiudicati delle generazioni che li hanno preceduti.

[…]

In quel giro, secondo una delle piste che gli investigatori starebbero seguendo, potrebbe essere finito anche Del Grosso, che da giovanissimo consumatore sarebbe presto entrato in contatto con fornitori e corrieri.

Quindi, nell’articolo – sintetizzo per chiarezza – si parla di giovani collegati alla ‘ndrangheta e ai clan calabresi trapiantati a San Basilio.

Paolo Pirino – che è reo confesso in merito all’aggressione ma che si dichiara innocente in merito all’omicidio [sto scrivendo dopo la sua deposizione in tribunale] – risulta coinvolto anche in un’altra vicenda relativa a un presunto traffico di stupefacenti.

Un’organizzazione ben strutturata secondo il gip Simona Calegari: a Pirino e ai fratelli Billocci il compito di promuovere, organizzare e tenere la contabilità, agli altri quello di consegnare la roba a domicilio. Pony express dello spaccio, insomma, che da un quartiere a rischio, San Basilio, distribuiscono polvere bianca in ogni ambiente della capitale. A cominciare dal mondo dello spettacolo dove Pirino ha agganci importanti. Secondo il Gico della Guardia di Finanza nel business di Pirino e soci ci sarebbero altri clienti eccellenti.

Selezione dei due punti fondamentali:

– Paolo Pirino, secondo il gip, ha agganci importanti nel mondo dello spettacolo

Nel giro d’affari di Pirino e soci ci sono clienti eccellenti. La distinzione non è banale: visto che la distribuzione di droga, sempre secondo l’accusa, avviene “in ogni ambiente della capitale”, questi “clienti eccellenti” potrebbero non appartenere solo al mondo dello spettacolo e, comunque, già quello suggerisce spunti interessanti.

E arriviamo a pochi giorni fa, ovvero a un articolo del 28 marzo [16].

Passano gli anni ma l’ombra della Banda della Magliana continua a stendersi minacciosa sulla Capitale. Un fantasma che anziché sbiadire col tempo, torna ad affacciarsi con preoccupante – quanto sorprendente – ciclicità sulle cronache della città eterna. Prima le infiltrazioni nella politica capitolina emerse sette anni fa dal Mondo di Mezzo di Massimo Carminati, poi l’inchiesta dell’anno scorso sul narcotraffico al Tufello gestito da Roberto Fittirillo detto “Robertino” e ora la confisca del tesoro dell’ex boss siciliano Salvatore Nicitra accusato di gestire un commercio clandestino nel settore dei videopoker.

[…]

Come appare evidente dalle innumerevoli inchieste portate avanti prima dall’ex procuratore Giuseppe Pignatone e dopo dal suo successore Michele Prestipino, quel regno criminale non si è mai realmente concluso ma si è semplicemente trasformato. A ben vedere, infatti, a Roma negli anni sono nate nuove alleanze e, sotto gli occhi degli investigatori, si è venuta a creare una spartizione dei lucrosi affari che la Capitale può offrire. Tutti eventi che sebbene sembrassero apparentemente scollegati, in realtà erano collegati dal filo rosso che portava allo storico gruppo criminale che ha seminato il terrore tra gli anni ‘70 e ‘80.

Un passato criminale che ritorna perché Nicitra all’interno della Banda non era di certo l’ultimo arrivato ma un pezzo da 90 tanto che Maurizio Abbatino e Antonino Mancini, storici esponenti della Magliana, lo descrivono come “l’uomo di fiducia di Enrico De Pedis”.

Ecco una sintesi di quanto emerso da questo viaggio nella criminalità romana, iniziato partendo dal negozio di Tiberio Simmi.

– Le dinamiche legate alla banda della Magliana ritornano ciclicamente, sia pure in parte mutate per adeguarsi ai tempi.

– Risulta costante l’intreccio fra malavita locale, malavita organizzata, una serie di reati tra i quali il traffico di droga, la destra estrema, la compromissione con la politica. In mezzo a tutto ciò spicca il potere acquisito dalla ‘ndrangheta.

Sembra che Valerio Del Grosso e Paolo Pirino siano tra le nuove leve della stessa ‘ndrangheta.

A ciò, si aggiungono due altri elementi decisivi.

Le reazioni allarmate da parte della destra sovranista subito dopo l’omicidio, nel sapere che dell’omicidio erano responsabili due italiani (o proprio quei due italiani?). Sempre ricordando che, in data attuale, Valerio Del Grosso è reo confesso in merito all’omicidio, e Paolo Pirino è reo confesso in merito all’aggressione ma si dichiara non colpevole rispetto all’accusa di concorso in omicidio.

La difesa appassionata di Luca Sacchi da parte del capogruppo alla Camera della Lega, Riccardo Molinari, che a poca distanza dall’omicidio parla di Luca come se lo avesse conosciuto personalmente. Difesa appassionata presto ripresa da una certa trasmissione televisiva e, in modi differenti, da altri organi di “informazione”.

Tiberio Simmi, malavita locale, malavita organizzata (‘ndrangheta, soprattutto), traffico di droga, mondo della destra anche estrema, immediato intervento politico a favore di Luca Sacchi da parte della Lega, probabile appartenenza alla ‘ndrangheta di Del Grosso e Pirino: tutto ciò avrebbe dovuto e dovrebbe portare l’attenzione di chi si occupa di informazione verso questo contesto, approfondire legami, dinamiche, collegamenti.

Invece, cosa succede? Che tutto questo viene ignorato, a favore di una metodica e costante strategia volta – attraverso servizi televisivi costruiti ad hoc – a creare ondate d’odio contro la fidanzata di Luca, Anastasiya Kylemnyk.

Che il contributo decisivo alla creazione di questa marea d’odio sia dato da haters appartenenti all’area della destra sovranista è il tassello finale che dimostra come ci sia una precisa area politica – le cui infiltrazioni con la malavita organizzata sono state recentemente dimostrate (Fratelli d’Italia) e il cui leader principale (Matteo Salvini), nel 2019, era stato sospettato dalla commissione antimafia del senato di lanciare messaggi alla ‘ndrangheta stessa – interessata a distogliere l’attenzione dal contesto visto sopra per convogliarla tutta verso la ragazza.

In questo modo, grazie alla ripetizione di servizi totalmente asserviti alla strategia difensiva della famiglia Sacchi, Anastasiya Kylemnyk diviene ben presto la “principale colpevole per la morte del povero Luca”. O, per usare termini sessisti, razzisti e diffamatori tanto amati da certi pseudo-giornalisti, le cui facce e i cui nomi sono noti, “la troia dell’est che ha ucciso Luca”.

Su tutto il resto, silenzio. A partire da quel negozio gestito da Tiberio Simmi.

I giudici e i testimoni sono persone soggette agli effetti del processo mediatico, in quanto sono inserite nella realtà in cui vivono, e nonostante il proposito di obiettività, sono comunque influenzabili dai fattori esterni e quindi anche dal potere dei media e dalla loro egemonia culturale. Quando si innesta un processo mediatico è infatti facile lasciarsi travolgere dagli impulsi emotivi per gli elementi che emergono. Questo fa venire meno quelle garanzie che sono alla base della nozione di un giusto processo (presunzione di innocenza e principio di terzietà de giudice) che sono alla base di uno stato di diritto. Quindi i media possono giocare ruoli decisivi sia per quanto riguarda la formulazione delle sentenze, sia per quanto riguarda le indagini (si pensi ai casi di depistaggio, o quando viene suggerita la colpevolezza di una persona collegata alla vicenda) [17].

La costante, metodica, feroce, scorretta, vile strategia mediatica volta a creare e fomentare odio contro Anastasiya Kylemnyk alludendo a una sua precisa colpevolezza, rappresenta un evidente depistaggio rispetto a quell’intreccio di malavita locale, malavita organizzata e destra sovranista che abbiamo visto rappresentare il vero contesto nel quale va inquadrato l’omicidio (premeditato o no) di Luca Sacchi.

Un’informazione seria e onesta dovrebbe approfondire tutti i temi qui presentati. Invece assistiamo allo spettacolo, indecente e disgustoso, di “giornaliste” e “giornalisti”, tali solo perché, per il momento, appartengono ancora al relativo ordine, che si rotolano felici nel fango d’odio che hanno creato e che fomentano contro Anastasiya Kylemnyk. Fango che, molto probabilmente, serve a coprire un mare di merda che qualcuno non vuole venga allo scoperto. Fango che, molto probabilmente, ricopre ancora – quale segno di devozione – quelle “giornaliste” e quei “giornalisti” mentre banchettano e si strafogano alla tavola dei potenti.

FONTI

[1] https://www.ilmessaggero.it/roma/news/omicidio_roma_luca_sacchi_oggi_ultime_notizie-4819372.html

[2] https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/04/17/operazione-colosseo-blitz-all-alba-69.html

[3] https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/roma-violenta-te-do-io-romanzo-criminale-ennesimo-omicidio-27417.htm

[4] https://nottecriminale.wordpress.com/2011/07/20/dossier-de-tomasi-ecco-i-fili-che-si-intersecano-nei-misteri-di-roma-1%C2%AA-parte/

[5] https://www.blogo.it/post/148298/mafia-capitale-come-nasce-storia-omicidi

[6] https://www.fanpage.it/attualita/roma-a-mano-armata-freddato-un-33enne-in-pieno-giorno/

[7] https://www.ilgiornale.it/news/ucciso-figlio-ex-banda-magliana-sette-colpi-nel-torace-pieno.html

[8] http://www.fulminiesaette.it/modules/news/comment_new.php?com_itemid=2246&com_order=0&com_mode=flat

[9] https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/eia-eia-alala-non-solo-banda-magliana-mentre-era-consulente-42198.htm

[10] https://www.linkiesta.it/blog/2012/07/alemanno-il-comune-di-roma-e-quel-consulente-di-troppo-che-non-stupisc/

[11] https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Cinque-sfumature-di-nero-90c05575-d87c-487a-ae75-fff02272cc9b.html

[12] http://www.iacchite.blog/fratelli-ditalia-o-fratelli-di-ndrangheta-la-meloni-e-tutti-i-suoi-mafiosi-lo-strano-caso-del-presidente-neri/

[13] https://lavialibera.libera.it/it-schede-214-fabrizio_piscitelli_diabolik_ultras_narcotraffico_roma

[14] https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/roma_droga_clan_arresti_narcotrafficanti_news_oggi-4891951.html

[15] https://www.corrieredellacalabria.it/2019/11/03/lomicidio-di-luca-sacchi-e-la-pista-dei-rampolli-della-ndrangheta/

[16] https://www.lanotiziagiornale.it/banda-magliana-nicitra-roma/

[17] Antonella Camerino, https://documenti.site/document/tribunali-mediatici-la-spettacolarizzazione-dei-tesiluissit217501075602camerinoantonellacamerino.html