Psiche Storie

I robot dell’aula informatica

È successo molti anni fa, a Como. Corso di marketing. C’è questa donna, sui 35, chiamiamola Sandra, che ha già dato qualche segno di stranezza, tipo andare in bagno a “pregare la Vergine Maria” [cit.] per evitare un’attività di gruppo o affermare che solo pochi anni prima era alta più di dieci centimetri rispetto a ora e con caratteristiche estetiche differenti. Ma il titolare della società, chiamiamolo Mario, non si è mai detto preoccupato.

Quel giorno, però, preoccupato lo è.

Devo iniziare alle 13, arrivo in aula circa venti minuti prima. I corsisti stanno finendo di trasferirsi dall’aula di Informatica, dove hanno seguito la docenza del mattino, tenuta dallo stesso Mario. Mario è, per sua stessa ammissione, disperato. E non è – credetemi – un tipo da disperarsi facilmente. Dice che per tutta la mattina, Sandra ha continuato a provocare un’altra corsista, chiamiamola Miriam, di origine senegalese (o congolese, non ricordo bene), con insulti e insinuazioni anche di tipo razzista. Mario mi dice che è già successo più di una volta: durante le lezioni di informatica, Sandra diventa ancora più strana del solito, e provoca alcuni corsisti, colpendoli nei loro punti deboli, sino a far perdere loro la pazienza.

Sandra torna ad attaccare Miriam, che si è seduta per la prossima lezione, ma che, a questo punto, si arrabbia e si alza per dirigersi verso Sandra al fine si bloccare gli insulti. Insulti che blocco io, rivolgendomi a Sandra alzando la voce in modo deciso. Ho lavorato per anni con persone con disturbi psichici e so che, in questi casi, quello che ha effetto, non sono le parole che dici, ma le caratteristiche vocali con le quali le pronunci. Infatti, Sandra tace e Miriam, confortata anche da qualche altro partecipante, torna a sedersi.

Inizia così il seguente dialogo tra me e Sandra (cito a memoria).

L.: Cosa non va?

S.: Li vedi? [indicando i corsisti seduti ai banchi]

L.: Sì, certo.

S.: Loro non sono umani.

L.: E cosa sono?

S.: Sono dei robot. Sono tutti dei robot.

L.: Anche io sono un robot?

S.: No. Tu sei pazzo come me.

Fine.

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