Su omofobia, haters e baci

Omofobia e haters

Qualche settimana fa, nel flusso di Facebook, vedo questo post, non ricordo bene il contenuto, so che l’argomento era l’odio omofobo. Dato che il tema degli haters, intesi in senso ampio, mi interessa, lo leggo. Mi piace. Comincio a seguire la pagina. Il bello è che non mi accorgo che è una pagina “a tema”, ma ben presto lo intuisco.

Così, pur non essendomi mai interessato al mondo lgbt, da qualche tempo mi sto facendo una cultura sull’omofobia e sulle modalità linguistiche con le quali si esprime (modalità linguistiche non particolarmente complesse, direi).

Qualche giorno fa leggo un commento del tipo “Due uomini non possono baciarsi in pubblico, a casa loro facciano quello che vogliono” (non era proprio così, lo espongo in questo modo per rispetto della grammatica italiana).

Premessa: da eterosessuale, almeno per me, non è lo stesso vedere baciarsi una lei e un lui piuttosto che un lui e un lui. A parte proprio una questione di orientamento sessuale e delle sue conseguenze, credo si tratti anche di un motivo “statistico”: il primo caso è molto più frequente del secondo, quindi è ovvio che susciti una certa sorpresa. Il salto consiste nel passare dalla sorpresa (rilevazione di un dato di fatto) al giudizio (opinione). Diverso è il caso di una persona che, per motivi suoi, si sente a disagio nel vedere due persone che si baciano e che lo esprime, magari anche in modo deciso. Qui è una questione che riguarda il modo in cui questa persona vive l’affettività (dimensione intima).

Torniamo a quella frase. Trattandosi di un’opinione, omofoba quanto si vuole, e non di un insulto, credo abbia, agli occhi della maggioranza delle persone, un debole impatto. Io invece penso che sia molto più pericolosa di un insulto. Ecco perché.

Che siano ormai cadute le barriere tra online e offline lo ritengo un dato scontato. Non c’è una “vita virtuale” contrapposta a una “vita reale”. C’è parte di vita reale online e parte di vita reale offline. L’una in certi modi e in certe circostanze ha influenza sull’altra, e viceversa. La dimostrazione definitiva, se mai ce ne fosse bisogno, è che commettere diffamazione su un social media è dalla legge considerata un’aggravante. Nella rete l’odio si propaga facilmente e parte di quest’odio può esondare nella vita offline.

Questa frase attacca un preciso e definito comportamento, affermando che non dovrebbe essere agito in pubblico. Chi la scrive, ripeto, esprime una sua opinione, non importa adesso quanto discutibile. Il fatto è che si tratta di un punto di vista, di un’idea, di una convinzione. Credo che la maggior parte di chi scrive una frase simile pensi proprio questo: di esprimere e rendere pubblica la sua idea. Ma questa frase si propaga nei commenti ai post, genera commenti e altri contenuti. In un contesto in cui domina l’emotività, in cui la razionalità trova poco spazio, in cui ogni commento, ogni contenuto, contribuisce ad aumentare una carica emozionale e irrazionale che può portare, in molti casi, perlomeno a trasformare un’opinione in un’intenzione, che forse giace in una zona d’ombra sotto la soglia della coscienza: la prossima volta che vedo due che si baciano li faccio smettere io.

Questo è il pericolo dell’odio online: riuscire a trasformare un’opinione discutibile in un comportamento non consono a una civile e corretta convivenza tra le persone.